Creatività e carattere / Creativity and character

January 11, 2017

Quello che comunemente chiamiamo "carattere" è un insieme di atteggiamenti sia mentali sia fisici che ci portiamo fin dall'infanzia. C'è chi è più introverso, chi più estroverso, timido, socievole... Esiste una componente genetica, legata al DNA, che ci orienta a predisporci in un certo modo. Ma sicuramente l'ambiente, l'educazione ricevuta dai nostri genitori influisce altrettanto. 

Quello che chiamiamo "carattere" è un po' una etichetta che ci portiamo addosso, ma che applichiamo anche agli altri.

Il problema è che questa etichetta (con i vari atteggiamenti sottostanti) ce la sentiamo come qualcosa di fisso, indelebile. 

Se è vero che buona parte dei nostri atteggiamenti, del nostro modo di comportarci dipende dall'educazione, dal rapporto avuto con figure forti nel corso della nostra vita, è altrettanto vero che noi possiamo agire su noi stessi per modificarci, per fare in modo che il nostro carattere non sia come una calotta rigida, ma un vestito comodo, flessibile, tale da permetterci una ampia gamma di comportamenti.

Il punto cioè non è se è meglio essere introversi o estroversi,  il punto è se limitarci o meno ad uno schema fisso di comportamenti che possono funzionare in certe situazioni ma non in altre.

Io penso al teatro, alle maschere, ai ruoli che gli attori devono calarsi addosso.

Un certo "carattere" è un po' come una maschera. Entrambi consistono in una serie di posizioni o posture fisiche e mentali.

Se quindi l'attore ha la possibilità di modificare la propria parte o di interpretare parti diverse, perché non possiamo farlo anche noi? Perché limitarci nella nostra vita ad essere monocorde, cioè solo attivi o solo passivi o taciturni e così via? Non si tratta di "recitare" nel senso di sostenere una parte che non ci appartiene, ma piuttosto di sperimentare approcci diversi nelle varie situazioni.

Un esercizio, semplice, può allora essere quello di riflettere su noi stessi, su cosa diciamo e facciamo quotidianamente, senza dare nulla per scontato, immaginandoci in un certo senso sulla scena della vita come fosse la prima volta.

Un secondo suggerimento, più impegnativo ma anche più stimolante, potrebbe essere quello di frequentare una scuola di teatro; non tanto per diventare attori, quanto per prendere consapevolezza delle varie facce della nostra personalità, e quindi per sfruttare almeno parte delle nostre enormi potenzialità troppo spesso latenti.

 

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What we commonly call "character" is a set of both physical and mental attitudes that we carry from childhood. Some people are more introverted, other ones more or extrovert, shy, sociable ... There is a genetic component, linked to the DNA, which leads us to react in a certain way. But surely the environment, the education received by our parents affects equally our approach.

What we call "character" is a sort of label that we bring inside ourselves, but that we also apply to other.

The problem is that we feel this label as something fixed, indelible.

If it is true that most of our attitudes, our way of behaving depends on parental education, on relationship with strong figures during our lives, it is equally true that we can act upon ourselves to change, to ensure that our character is not like a rigid cap, but rather a comfortable, flexible dress, allowing a wide range of behaviors.

The point is not whether being introverts or extroverts, the point is whether limiting ourselves to a fixed pattern of behavior that can work in some situations but not in others.

I think the theater, the masks, the roles that the actors have to play.

A "character" is like a mask. Both consist of physical and mental postures.

Then if actors have the ability to modify their own role or interpret different roles, why can not we do it too? Why limit ourselves to be only active or passive or merely taciturn and so on?

This is not "acting" in the sense of playing a role that is not ours, but rather experimenting  different approaches in different situations.

An simple exercise  may be to think about ourselves, about what we are usually saying and doing every day, without taking anything for granted, so imagining to be in the life scene as if for the first time.

A second suggestion, a bit more difficult but also more challenging, would be to attend a theater school; not so much to become actors, but rather to become aware of the different facets of our personality, and then to exploit at least part of our enormous potential too often latent. 

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